Un edificio dentro un altro edificio

Il futuro e il modernismo si incontrano nel Bauhaus Museum Dessau | DE

“Un Black Box con un cappotto invernale di vetro”: è così che l’architetto Roberto González descrive il nuovo Bauhaus Museum Dessau progettato dal suo studio addenda architects. La statica sconfina nella magia: il cubo di cemento che si vede all’interno sembra galleggiare nel nulla. Questa sorta di scatola nera pende a cinque metri sopra le teste dei visitatori, trattenuta solamente da due scale. Le soluzioni illuminotecniche di Zumtobel mettono in scena le opere con la luce giusta, mentre l’area sottostante viene illuminata con flessibilità a seconda dell’utilizzo.

Sono tre i luoghi del Bauhaus, ancora oggi mete di pellegrinaggio per architetti e designer: la storica scuola d’arte venne fondata nel 1919 a Weimar e si trasferì a Dessau nel 1925, dove conobbe il suo periodo più felice, mentre nel 1932 si spostò a Berlino dove rimase attiva ancora per un anno. In tutte e tre le città, per il centenario della nascita del Bauhaus  viene costruito un nuovo museo. L’archivio berlinese del Bauhaus avrà un nuovo palazzo espositivo entro il 2022, Weimar ha avviato la costruzione di un nuovo museo Bauhaus all’inizio di quest’anno, mentre l’8 settembre 2019 è stato inaugurato il Bauhaus Museum Dessau che accoglie la collezione della Fondazione Bauhaus Dessau.

Il nuovo edificio nel luogo storico più importante è una costruzione di forte personalità che volutamente si dissocia dal palazzo della sede storica, riconosciuto dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità. Il museo si trova nel parco comunale di Dessau, proprio in mezzo alla città. Lo ha progettato uno studio di giovani architetti di Barcellona vincendo un concorso che aveva attirato 831 proposte da tutto il mondo. Lo studio si chiama Addenda architects ed è formato da Roberto González, Anne Hinz, Cecilia Rodríguez, Arnau Sastre e José Zabala, un team collaborativo e interdisciplinare. Sono architetti che si sono formati in settori culturali differenti e che proprio per questo riescono ad avere un approccio particolarmente concreto. Tutto sommato anche il Bauhaus era il luogo d’incontro di menti creative di tutto il mondo. Un luogo dove si cercava una relazione fra il lavoro interdisciplinare e la capacità artigianale.

I giovani architetti non hanno voluto citare questa storia. Eppure anche nel loro museo c’è tanto Bauhaus. “Non però nel senso ‘Less is more’ di Mies van der Rohe. Per noi si è trattato piuttosto di ‘More with less’”, racconta Roberto González. “Il nostro edificio vive di proporzioni, posizioni e spazi. Combinati in modo opportuno, abbiamo visto che con poche risorse potevamo ottenere un risultato straordinario.” Il nuovo museo doveva fornire 1.500 metri quadrati per la collezione, senza luce naturale al suo interno e con condizioni climatiche ideali per salvaguardare le opere. Inoltre la committenza richiedeva uno spazio flessibile per eventi e mostre temporanee.
La coerenza con cui lo studio addenda architects è riuscito a tenere separate le due funzioni non potrebbe essere maggiore. A cinque metri di altezza dal pavimento “galleggia” un cubo di cemento lungo 100 metri e largo 18 metri, il cosiddetto Black Box. Al suo interno trovano posto circa 49.000 oggetti della collezione Bauhaus, la seconda più grande del mondo. Un migliaio di queste opere sono presentate nell’esposizione “Versuchsstätte Bauhaus. Die Sammlung” [Laboratorio Bauhaus. La collezione]. La progettazione illuminotecnica generale è stata curata da Lichtvision Design, la parte espositiva invece da ENVUE HOMBURG LICHT con soluzioni di Zumtobel che portano la luce dentro il cubo nero. Come partner esclusivo, Zumtobel ha fornito tutte le soluzioni illuminotecniche collaborando intensamente con architetti, curatori e lighting designer in ogni fase del progetto e della sua realizzazione.

Per i progettisti di Lichtvision Design era particolarmente importante valorizzare la chiarezza e il rigore del progetto architettonico. “Con la progettazione illuminotecnica abbiamo dato al soffitto una struttura seriale, industriale, flessibile e lineare”, spiega Carla Wilkins dello studio Lichtvision Design. Il sistema di file continue TECTON comprende tutta una serie di elementi flessibili che sanno adattarsi alle necessità d’illuminazione, compresi gli accorgimenti elettrotecnici particolari. In un sistema unico siamo riusciti a inserire l’illuminazione generale, quella di emergenza e quella espositiva. Al pianoterra abbiamo installato unità luminose lineari che procurano una luce diffusa e democratica. In singole zone le file continue sono integrate da faretti che creano accenti mirati e aiutano a orientarsi. “Riducendo al minimo la componente stilistica dell’illuminazione, lo spazio rimane il palcoscenico protagonista dei molti eventi che si tengono in questa nuova struttura del Bauhaus”, conclude Carla Wilkins.

Per la scenografia ideata da chezweitz, l’illuminazione espositiva è stata progettata dallo studio ENVUE HOMBURG LICHT. Qui l’aspetto più importante è proprio quello scenografico, vale a dire una luce mirata. Il sistema di faretti ARCOS è studiato specificamente per gli ambienti museali. Questi faretti mettono in luce le opere e l’architettura espositiva con accenti mirati, precisi e autentici. L’innovativa illuminazione LED sfrutta riflettori e ottiche specifiche per dare alla luce una qualità unica che valorizza il sofisticato sistema di presentazione con materiali colorati e bianchi traslucidi. Con i faretti ARCOS, la luce diventa lo strumento perfetto per mettere in scena abilmente l’arte e il design a Dessau. “Lo spazio del Black Box sembra sparire, con le sue pareti scure è quasi come se non ci fosse, qualsiasi dispersione di luce viene assorbita”, spiega Urs Schreiner dello studio ENVUE HOMBURG LICHT.

In vista di esigenze future, sono stati installati anche moduli Beacon. Sono piccole centraline radio che potranno servire a nuovi servizi del museo come ad esempio guide digitali, sistemi di navigazione attraverso l’esposizione oppure informazioni specifiche sulle opere. Con quest’installazione parallela si uniscono due tecnologie, anche se Internet delle cose entrerà nel museo in un secondo tempo. Un altro aspetto importante è la capacità dell’illuminazione di adattarsi. Infatti, visto che l’area comune sotto il cubo espositivo non ha un utilizzo fisso, l’impianto illuminotecnico deve sapersi adattare alle situazioni, che possono essere workshop, conferenze o installazioni temporanee.


Il pianoterra è volutamente in contrasto con il Black Box. Entrando in questo spazio estremamente aperto si vive un “momento magico”, come lo descrive Roberto González. “All’improvviso sei nel mezzo. Non ci sono limiti. Tutto sembra aperto, trasparente e fluido.” E la cosa più importante: quest’apertura si sente in entrambe le direzioni. Il visitatore che sta dietro alla vetrata si sente al centro della città e lo stesso edificio dialoga con il contesto urbano. Il museo si relaziona da un lato con il parco comunale e dall’altro con l’ambiente costruito. Agli architetti spagnoli sarebbe piaciuto lasciare questo spazio realmente aperto ma non si poteva: “Siamo nel Nord Europa, dove piove molto e fa molto freddo. Così abbiamo costruito una specie di cappotto invernale in vetro.”

La posizione al centro di Dessau è stata una scelta intenzionale perché il nuovo museo deve portare gli appassionati di Bauhaus dentro la città. Si è tenuto conto anche dell’inserimento nel parco comunale. Il verde perduto con la costruzione viene restituito da un pezzo di parco sul tetto. Il verde diventa così una nuova facciata, e le piante aiutano a ottimizzare l’edificio dal punto di vista climatico. Il risultato finale è massima apertura, flessibilità e funzionalità coerente.

Il nuovo museo del Bauhaus è stato inaugurato domenica 8 settembre 2019 ed ha costituito uno dei momenti culminanti delle celebrazioni per il centesimo anniversario del Bauhaus. Per la prima volta la collezione della Fondazione Bauhaus Dessau è esposta al completo e il museo raccoglie l’eredità del Bauhaus proponendosi come luogo contemporaneo che integra e unisce.
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